Un punto sulle partecipate statali

Un punto sulle partecipate statali

In materia di diritto amministrativo, altra branca di cui si occupa nello specifico il mio studio, molto interessante è dare risalto alla realtà delle partecipate statali che, voglio anticiparlo sin dal principio, sono una delle colonne portanti a livello strategico per la proliferazione delle nostre eccellenze tecnologiche e per questo, nonostante il difficile periodo che stiamo vivendo a livello nazionale a causa dell’emergenza sanitaria, devono essere protette da eventuali incursioni straniere. Partecipate, che – tra l’altro – si sono dimostrate essere molto più resilienti rispetto alla maggior parte delle aziende e che quindi devono essere utilizzate come traino affinché l’economia del Paese riesca a ripartire e a rilanciarsi. Partecipate che, laddove si mantengano in attivo, non solo portano denaro nelle casse dello Stato, ma sono anche molto importanti in termini di ranking internazionale. È bene dunque riuscire sempre a trovare un giusto bilanciamento tra contenimento della spesa pubblica da un lato e selvagge privatizzazioni dall’altro, perché se è vero che ridurre la partecipazione statale riduce i costi pubblici, è vero anche che un’estrema spinta verso le privatizzazioni potrebbe portare all’acquisizione del controllo di molte grosse aziende italiane nelle mani di investitori esteri, depauperando l’indipendenza del nostro paese. Come in molti frangenti, anche in questo, sarebbe idoneo mantenere una via mediana.

Cosa si intende, in definitiva, per partecipata statale? Le partecipate statali sono quelle Spa (Società per Azioni), o Srl (Società a Responsabilità Limitata) in cui lo Stato, acquisendo azioni o quote aziendali diventa di fatto “socio”. La società si dice dunque partecipata statale, perché è proprio lo Stato o un Ente statale a entrare nella compagine sociale di cui, a seconda della quota che detiene, acquisirà determinati diritti e doveri. La differenza principale per la quale una società partecipata è diversa da una “controllata” è la quota di proprietà statale che in questo caso non può superare il 50%. Questo tipo di azienda generalmente deve offrire servizi di pubblica utilità. Come si legge da un report statistico condotto dall’Istat sulle Partecipate pubbliche in Italia, esse sono classificabili in base alla modalità con cui una Pubblica Amministrazione partecipa ad esse, identificandosi così in tre tipologie principali:

  • imprese a partecipazione pubblica prossima, cioè partecipate direttamente da una Amministrazione pubblica; sono il 60% e impiegano 530.244 addetti, corrispondente al 62,6% degli addetti delle imprese a partecipazione pubblica;
  • imprese controllate da gruppi pubblici (cioè gruppi aventi come vertice una PA), il cui capitale è controllato indirettamente tramite altre unità appartenenti al gruppo; sono il 18,2% delle imprese e rappresentano il 24,7% degli addetti;
  • imprese partecipate da controllate pubbliche. Si tratta di imprese partecipate da soggetti controllati a loro volta da gruppi di imprese a controllo pubblico. Le imprese di questo tipo sono il 21,9% e assorbono il 12,7% degli addetti totali delle imprese partecipate[1].

Con il decreto legislativo n.175 del 2016, pubblicato in Gazzetta Ufficiale[2] l’8 settembre 2016, è entrato in vigore quello che viene comunemente chiamato Testo Unico delle società partecipate con il quale si è legiferato per riordinare e riformare la disciplina per contenere la spesa pubblica riducendo la partecipazione pubblica nelle società.

Sempre dalla ricerca Istat pubblicata a Febbraio 2020, si evidenzia infatti come nel 2017 il numero delle imprese a controllo pubblico rispetto al 2016 sia sceso (-5,7%), ma d’altro canto è aumentata la loro dimensione media (+3,5% di addetti). In particolare, è il Ministero dell’Economia e delle Finanze che, direttamente o indirettamente, esercita il maggiore controllo in termini di occupazione «con il 56,5% di addetti delle imprese a controllo pubblico e una dimensione media di 1.109 addetti. Il maggior peso in termini di numero di imprese è rappresentato dall’insieme controllato da Province, Città Metropolitane e Comuni che controllano 1.612 imprese (pari al 43,1% delle imprese a controllo pubblico) e occupano 131.176 addetti (con un’incidenza pari al 20,8% del totale). […] Complessivamente, al netto delle attività finanziarie e assicurative, le imprese a controllo pubblico generano oltre 58 miliardi di valore aggiunto (il 7,5% di quello prodotto dalle imprese dell’industria e dei servizi). Il contributo al valore aggiunto sale al 9,5% se si considerano solo le forme giuridiche tipiche delle imprese controllate (società di capitali). I settori più rilevanti si confermano la Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata, che realizza il 65,3% del valore aggiunto dell’intero settore di riferimento (62,1% nel 2016) e la Fornitura di acqua; reti fognarie, attività di trattamento dei rifiuti e risanamento, con il 62,1% del valore aggiunto dell’intero settore di riferimento (63,3% nel 2016)»[3].

Le stime a cui si fa sin qui riferimento, pubblicate appunto nel febbraio scorso hanno chiaramente risentito di un non indifferenze calo (di cui ancora non abbiamo a disposizione i dati esatti per descriverne la mole, in conseguenza anche del fatto che la situazione di emergenza non si è ancora conclusa), motivo per il quale c’è stato grande fermento circa i rinnovi delle nomine delle partecipate pubbliche nella primavera scorsa. Nonostante la maggioranza di governo alla fine abbia raggiunto un accordo, il tema delle nomine ha scaldato non poco gli animi in Parlamento in quanto la decisione delle “spartizioni” di queste cariche si è trasformata in una vera e propria prova di forza per dimostrare la solidità della maggioranza, a riprova di quanto il ruolo di queste aziende sia strategicamente e politicamente importante. Alla fine si è proceduto, nella maggior parte dei casi, per una conferma degli amministratori delegati, laddove possibile, dando come motivazione quella della continuità aziendale (così per Enel, Eni, Leonardo e Poste), ma questo (alle volte) al prezzo di riconfermare anche manager a rischio.

Una materia, dunque, tanto scivolosa, quanto importante, non solo a livello aziendale, ma anche e soprattutto per i delicati equilibri dello Stato, ancor di più in tempi tanto complessi e imponderabili come quelli che stiamo vivendo.