Transazione omologata anche se il Fisco dice no

Transazione omologata anche se il Fisco dice no

Con due decreti, uno del 31 maggio 2021 e uno del 30 giugno 2021, il Tribunale di Roma ha preso posizione riguardo alcune delle modifiche alla Legge Fallimentare, più in particolare circa interpretazione dei commi 4 degli articoli 180 e 182bis, i quali trattano il delicato tema dell’omologazione da parte del tribunale delle proposte di transazione fiscale e transazione contributiva.

L’istituto della transazione fiscale riguarda quella particolare procedura tramite cui l’imprenditore in crisi può proporre il pagamento parziale, ovvero dilazionato, dei tributi o dei contributi alle agenzie fiscali o agli enti gestori di previdenza obbligatoria, derogando così al principio generale dell’indisponibilità e irrinunciabilità del credito da parte dell’amministrazione finanziaria. Tale istituto dal 2006 (data della sua introduzione) a oggi è stato modificato diverse volte e in particolare nel 2020 è stata prevista (tramite il D.L. 125/2020) per il giudice fallimentare la possibilità di omologare le proposte di transazione fiscale (e contributiva) nel concordato preventivo anche in mancanza di voto e nell’accordo di ristrutturazione dei debiti in mancanza di adesione da parte dell’amministrazione finanziaria e degli enti previdenziali. Tale modifica legislativa ha dato vita a diverse interpretazioni dottrinali volte a stabilire quali siano limiti e possibilità concesse al tribunale nel momento in cui si voglia procedere all’omologazione in mancanza di voto (concordato preventivo) o di adesione (accordi di ristrutturazione).

In particolare, i suddetti indirizzi interpretativi sono tre:

  • restrittivo, il quale attribuisce al Tribunale un perimetro di potere più limitato, stabilendo che il giudice possa/debba omologare la proposta (intervenendo in maniera sostitutiva) solo quando non ci sia nessuna espressione di voto o di adesione da parte del fisco o degli enti;
  • estensivo, il quale attribuisce al Tribunale il potere/dovere di omologa anche laddove vi sia un voto negativo o il rigetto dell’adesione da parte del fisco o degli enti;
  • intermedio, il quale stabilisce il potere di omologa per il Tribunale nel caso in cui vi sia il rigetto dell’adesione o la mancata pronuncia in ambito di accordo di ristrutturazione, ma non nel caso in cui – in ambito di concordavo preventivo – manchi l’espressione del voto.

Proprio alla luce di ciò è importante leggere le recenti posizioni prese dal Tribunale di Roma, che sposano la corrente interpretativa estensiva, dichiarandola assolutamente preferibile rispetto alla restrittiva e individuando svariati punti a sostegno di questa tesi.

Tali pronunciamenti, inoltre, vanno a inserirsi in quello che sembra essere sempre di più l’indirizzo interpretativo prevalente e che già in precedenza era stato sposato, ad esempio, dal Tribunale di La Spezia (sentenza del 14 gennaio 2021) e del Tribunale di Teramo (sentenza del 19 aprile 2021) i quali, con i loro pronunciamenti, avevano adottato il provvedimento di omologa anche quando in contrasto con l’espresso voto negativo del Fisco, ritenendo questa scelta capace di offrire maggiore soddisfacimento creditorio rispetto alla procedura liquidatoria e dunque da considerarsi preferibile.

Il Tribunale di Roma, quindi, resta nel solco dell’interpretazione estensiva, rafforzandola con i suoi recenti pronunciamenti che si avvalgono delle seguenti cinque tesi a supporto:

  1. alla base delle nuove norme, la vera e propria ratio che le ha originate è quella di voler arrivare al superamento di “ingiustificate resistenze alle soluzioni concordate della crisi registrate nella prassi”, ed è l’orientamento estensivo che muove in tal senso;
  2. le nuove norme sono coordinate sistematicamente con la disciplina della crisi da sovraindebitamento;
  3. le nuove norme interverranno sui criteri di identificazione per il calcolo delle maggioranze che nel concordato preventivo hanno il voto contrario e la mancata espressione di voto;
  4. le nuove norme esprimono la necessità di consentire un sindacato del possibile diniego del fisco sulla proposta di transazione;
  5. le nuove norme, almeno per quanto riguarda l’accordo di ristrutturazione, possono intendere come risposta negativa la mancata adesione.

Concludendo, l’indirizzo interpretativo estensivo, essendo quello che va maggiormente incontro al nuovo corso del CCI ed essendo quello che sempre più viene seguito nella prassi, risulta ormai il prevalente tra i tre esistenti.

Avv. Nicola Bruno